Sembra la scena finale di Fight Club, quando il protagonista vede crollare i grattacieli che egli stesso aveva minato.
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Le parole anglosassoni sono entrate nella vita quotidiana e hanno modificato la percezione di concetti comuni a noi tutti. Welfare, stock option, subprime, sono solo un esempio di come la globalizzazione rispecchi anche il linguaggio comune. Non tutti (io fra questi) sono a conoscenza dei meccanismi che regolano l’economia, ma sforzando le meningi, non ricordo un periodo in cui non si parlasse di debito pubblico, di mutui e di interessi. Sembra che l’economia globalizzata non riesca a fornire le risposte ai continui indebitamenti degli Stati, ne il costante divario fra i Paesi occidentali e quelli del terzo mondo, che si allarga inesorabilmente, aggiungendo alla sua lista sempre nuovi ospiti. Apparentemente la politica sembra tentare di risolvere i problemi legati allo stato sociale e all’economia, tuttavia le politiche economiche da sempre sono sul tavolo ovale degli amministratori delegati delle più importanti corporazioni mondiali.
Come già largamente annunciato nei giorni precedenti il governo italiano ha fallito la miserabile corsa. Non è mia intenzione analizzare le cause del declino del governo Prodi, anche perché bisognerebbe parlare di poteri occulti e piani delineati da un’agenda ben definita. La cosa singolare è l’approvazione dell’ultimo provvedimento del governo nella mattinata, il finanziamento delle missioni di guerra che il nostro Paese ha deciso di proseguire. In un momento di tale incertezza questo scandaloso decreto mette il suggello all’inettitudine di una parte politica che ha disatteso ogni promessa fatta all’elettorato e rinnegato i principi per i quali i votanti avevano espresso la loro preferenza.