Fidati! Gli esperti siamo noi!

A cura di Corrado Penna


Estratto dal libro “FIDATI! GLI ESPERTI SIAMO NOI” di Sheldon Rampton e John Stauber, capitolo 8, “la scienza migliore che si possa comprare” pag 169-172

La scienza moderna si considera “scientifica” perché si attiene a una metodologia specifica, impiegando metodi quantitativi e fenomeni misurabili; i dati vengono prodotti in modo empirico e sono verificabili da altri attraverso esperimenti riproducibili; infine, i suoi addetti sono imparziali. Laddove gli ideologi proclamano dogmi che difendono strenuamente anche contro circostanze che li contraddicano, gli scienziati lavorano su “ipotesi” sempre modificabili qualora l'evidenza lo richieda.

II metodo scientifico viene descritto come un processo quasi meccanico che distingue e separa la verità dall'errore. Esso viene definito tipicamente in relazione alle seguenti fasi:

1. osservazione e descrizione di un dato fenomeno;
2. formazione di un’ipotesi riguardo al fenomeno, e spiegazione del fenomeno stesso e del suo rapporto con altri fatti noti, solitamente mediante una formula matematica;
3. utilizzo di ipotesi per formulare previsioni;
4. verifica di tali previsioni mediante esperimenti o ulteriori osservazioni per determinarne l’esattezza;
5. se inesatte, rigetto o modifica delle ipotesi.

“Ammettendo che le convinzioni personali o culturali influenzino sia la nostra percezione, sia l’interpretazione dei fenomeni naturali, miriamo all’impiego di procedure e criteri standard per minimizzare tale influenza nella formulazione di una teoria”, spiega il docente di fisica Frank Wolfs dell’Università di Rochester. “II metodo scientifico tenta di minimizzare l’influenza un convincimento o di un pregiudizio di colui che sperimenta un’ipotesi o una teoria”. Un modo per minimizzare tale influenza è che più ricercatori indipendenti sperimentino l’ipotesi. Se questa supera lo scoglio di più sperimentazioni, potrebbe raggiungere il livello di accettazione, ma il metodo scientifico richiede che l’ipotesi venga riformulata o modificata qualora le sue previsioni fossero incompatibili con i risultati dei test sperimentali. Nella scienza, dice Wolfs, “L’esperimento è il culmine”.

L’esperienza, tuttavia, dimostra che questa definizione comunemente accettata del metodo scientifico è spesso un mito. Non solo è un mito, ma un mito piuttosto recente, elaborato nel tardo ‘800 dallo statistico Karl Pearson (statistico di primo piano che ha legato la sua concezione della scienza e del progresso a quella della supremazia del più forte: secondo lui l’uomo si evolve e tende al progresso anche “mediante la guerra con le razze inferiori” che porta alla “supremazia delle razze fisicamente e mentalmente superiori”). Copernico non si rifaceva al metodo scientifico sopra descritto, e nemmeno Isaac Newton o Charles Darwin. Al filosofo e matematico René Descartes viene spesso attribuito l’inizio dell'era dell'indagine scientifica, grazie al suo discorso sul metodo per ben condurre la propria ragione e cercare la verità nelle scienze”, eppure il suo metodo ha poco a che fare con le fasi descritte in precedenza. La struttura molecolare del benzene venne inizialmente ipotizzata non in laboratorio, ma in sogno. Molte teorie non nascono da qualche complicato processo di formulazione e modifica di un’ipotesi, ma da improvvisi momenti d’ispirazione. Gli effettivi processi del pensiero degli scienziati sono più ricchi e complessi, e meno macchinosi nella loro inevitabilità, di quelli indicati dal modello standard. La scienza è un’attività umana e gli scienziati del mondo reale svolgono il proprio lavoro attraverso una combinazione di immaginazione, creatività, speculazione, conoscenza acquisita, ricerche bibliografiche, perseveranza e, in alcuni casi, vera e propria fortuna - la stessa combinazione di risorse intellettuali che sia gli scienziati sia gli altri loro consimili usano per cercare di risolvere i problemi.

II mito di un metodo scientifico universale trascura molti aspetti, tutt’altro che neutri ed incontaminati, della concreta realtà in cui gli scienziati si trovano a lavorare. Non vi è, ad esempio, alcun riferimento alla quantità di tempo impiegato da uno scienziato moderno per scrivere un progetto di finanziamento; né al corteggiamento di capi di dipartimenti, donatori privati e burocrati governativi - o altre attività correlate - per ottenere i fondi necessari alla ricerca. Sebbene il metodo scientifico riconosca la possibile parzialità di un singolo scienziato, non fornisce alcun modo per contrastare gli effetti della parzialità generale del sistema. “In un campo in cui, tra i membri della comunità scientifica, vi è un’attiva sperimentazione e un’aperta comunicazione, la soggettività di individui o gruppi può essere annullata, poiché gli esperimenti vengono ripetuti da diversi scienziati che hanno vedute differenti”, sostiene Wolfs. Ma che succede se diversi scienziati condividono le stesse vedute? Anziché annullarsi, tale inclinazione potrebbe rafforzarsi.

La definizione standard del metodo scientifico tende a idealizzare il grado di capacità degli scienziati di osservare e misurare accuratamente il fenomeno in esame. “Chiunque abbia condotto molte ricerche conosce bene la sensazione di non riuscire a riprodurre esattamente la bellezza delle curve e delle linee che appaiono pubblicate sui libri di testo”, ammette il biologo inglese Gordon D. Hunter. “Infatti, gli scienziati che si offenderebbero di più, se li accusassi di imbrogliare, sono quelli che abitualmente selezionano, per la pubblicazione, soltanto i loro risultati migliori, non quelli tipici, e alcuni un po’ meno rigorosi troverebbero giustificazioni per respingere un risultato scomodo. Ricordo bene quando io e il mio collega David Vaird stavamo lavorando con un famoso Premio Nobel (Sir Hans Krebs in persona) sulla chetosi bovina. I risultati ottenuti da quattro mucche erano perfetti, ma la quinta mucca malata si comportava in modo assai diverso. Hans scioccò David quando dichiarò che sussistevano chiaramente altri fattori, di cui non eravamo a conoscenza, che influivano sulla quinta mucca, e che quindi doveva essere rimossa dall’analisi ... Simili sotterfugi difficilmente causano grossi danni, ma è un modo davvero facile per rifiutare interi esperimenti o fasi di sperimentazioni convincersi che, alla base di un ‘risultato sbagliato’, esistano motivi rintracciabili o ipotizzabili” [Gordon D. Hunter , scrapie and mad cow disease (New York Vantage Press, 1993), pp. 25-26.].

Anche l’idea che ripetendo gli esperimenti si possa conservare l’autenticità del processo fa parte del mito. In realtà, il numero delle scoperte di uno scienziato che vengono verificate da altri è piuttosto esiguo. Molti scienziati sono troppo impegnati, i fondi per la ricerca sono troppo scarsi e le pressioni per produrre nuovi lavori sono troppo forti perché queste verifiche vengano eseguite frequentemente. Ciò che invece effettivamente interviene è un sistema di “revisione tra pari”, in cui commissioni di esperti si riuniscono per giudicare il lavoro svolto da altri ricercatori. Tale revisione viene intrapresa soprattutto in due situazioni: durante il processo di approvazione di fondi, per selezionare la ricerca da sovvenzionare, e al termine della ricerca, per stabilire se i risultati possono essere approvati per la pubblicazione in una rivista scientifica.

Come il mito del metodo scientifico, anche la procedura della revisione tra pari è un altro fenomeno piuttosto recente. Nacque nella metà del diciannovesimo secolo come pratica ad hoc occasionale, ma non fu realmente applicata fino alla prima guerra mondiale, quando il governo federale iniziò a finanziare gli scienziati attraverso il National Research Council. Con l’incremento del sostegno governativo alla scienza, divenne necessario sviluppare un sistema formale per stabilire quale progetti potessero ricevere i fondi.

In una certa misura, il sistema di revisione funziona in antitesi al metodo scientifico descritto in precedenza. Laddove il metodo scientifico presume che “L’esperimento è il culmine” e si propone di superare la soggettività, il processo di revisione impone deliberatamente la soggettività dei revisori sul processo scientifico, sia prima che dopo la conduzione degli esperimenti. Ciò non significa, necessariamente, che la revisione sia di per sé un fatto negativo. In qualche modo, è una risposta necessaria ai limiti empirici del metodo scientifico comunemente definito. Tuttavia, la revisione può anche istituzionalizzare dei conflitti d'interesse e un certo grado di dogmatismo. Nel 1994, l’Ufficio Generale del Bilancio del Congresso Usa condusse uno studio sull’uso del processo di revisione per i fondi di ricerca e scoprì che i revisori spesso conosceva¬no i richiedenti e tendevano a un trattamento preferenziale . Gruppi di donne e di minoranze hanno accusato questo sistema di aver creato una “rete di vecchi amici” nella comunità scientifica. II sistema, inoltre, ‘trucca le carte’ in favore degli scienziati più anziani e affermati e a discapito dei ricercatori più giovani e indipendenti. II processo stesso crea molteplici possibilità di conflitto d'interesse. I revisori sono spesso anonimi, quindi non devono affrontare direttamente i ricercatori che giudicano. Inoltre, la realtà scientifica, nell’estrema specializzazione del mondo odierno, comporta che i revisori siano spesso colleghi o competitori degli scienziati il cui lavoro viene esaminato. Infatti, come osserva lo storico delle scienze Horace Freeland Judson, “le persone più qualificate per giudicare il valore della richiesta di fondi di uno scienziato o i meriti di una ricerca sottoposta a revisione sono proprio i competitori più vicini” [Horace Freeland Judson, “structural transformatons of the sciences at the end of peer review , Journal of the american Medical Association, n. 272 (13 giungo 1994), pp. 92-94].

“II problema del processo di revisione scientifica è che abbiamo abbastanza prove delle sue lacune e poche prove dei suoi vantaggi”, osservò il British MedicalJournal nel 1997. “Sappiamo che è costoso, lento, incline alla parzialità, di facile abuso, suscettibile di essere anti-innovativo e incapace di rilevare la mistificazione. Sappiamo anche che le ricerche pubblicate a seguito di questo processo sono spesso grossolanamente carenti”[ Richard Smith, “Peer review: reform or revolution?” British medial journal, n.315 (1997), pp 759-760].

In teoria, il processo di revisione offre una tutela contro gli errori e la parzialità ideologica nella scienza. In realtà, si è dimostrato incapace di prevenire l’influenza dei finanziatori governativi o privati, i cui preconcetti mostrano spesso il loro peso nei risultati della ricerca.


[1] “Peer review: reforms needed to ensure fairness in federal agency grant selection”, General Accounting Office, 24 giugno 1994, GAO/PEMD-94-1