Il dilemma

Ogni giorno l’uomo si trova a dover rendere conto al proprio libero arbitrio. Ci troviamo a vivere vite che si intrecciano ad eventi, che molto spesso rimangono incomprensibili alle nostre menti. Di fronte al dolore rimaniamo spesso inermi, come se qualcosa di più grande avesse la capacità di atterrirci e renderci infinitesimamente piccoli. Secondo alcuni, non potendo modificare gli eventi a nostro favore, ci troviamo vittime inconsapevoli di un disegno prestabilito, un destino che tira i fili delle nostre piccole esistenze. La conoscenza spesso ci rende più consapevoli, ci rende persone in grado di sconfiggere alcune paure semplicemente perché svelate. In contrapposizione alla conoscenza c’è l’ignoranza, o meglio la volontà di non interrogarsi della vita e delle sue molteplici manifestazioni, perché inconsciamente consapevoli del suo essere qualcosa di incomprensibile, qualcosa che non può essere decodificato. Questo suddivide le persone in diverse categorie. Le persone che ricercano, che mettono in discussione la vita, le regole, gli schemi prestabiliti e le sovrastrutture mentali. Le altre che invece semplicemente lasciano scorrere la vita così come si manifesta, senza arrogarsi la presunzione di cercare di capire le logiche che la governano. In entrambi i casi, tuttavia l’uomo rimane in balia delle onde del destino, a volte riesce a programmare o modificare alcune situazioni a proprio favore, ma sfugge a un disegno più grande che possiede le regole del gioco. Un vecchio detto dice: “Beata ignoranza!”. Ma l‘interrogativo che mi pongo è il seguente. Un uomo che non conosce, è davvero più felice di un uomo che cerca a tutti i costi di capire e svelare i misteri della vita? Alla fine dei propri giorni, è più amara la consolazione di aver sempre cercato, oppure il fatto di non averci nemmeno provato?

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