Il grande esperimento

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org/

DI URI AVNERY
Information Clearing House

Gaza come laboratorio

È possibile forzare un’intera popolazione ad essere sottomessa da un’occupazione straniera privandola del cibo?

Questa è sicuramente una interessante domanda. Così interessante che, addirittura, il governo israeliano e quello statunitense, con la stretta collaborazione dell’Europa, sono coinvolti in un rigoroso esperimento scientifico, in maniera tale da ottenere una risposta definitiva alla domanda.

Il laboratorio per l’esperimento è la Striscia di Gaza, e le cavie sono il milione e duecentocinquantamila palestinesi che vivono in quella zona.

Per raggiungere gli standard scientifici richiesti, per prima cosa è stato necessario allestire il laboratorio.

Tutto ciò è stato fatto nella maniera seguente: prima di tutto, Ariel Sharon ha sradicato gli insediamenti israeliani nella zona. Dopotutto, è impossibile condurre un adeguato esperimento con animali che si aggirano nel laboratorio. Ciò è stato fatto con “determinazione e sensibilità”, le lacrime sono fluite come acqua, i soldati hanno baciato e abbracciato gli israeliani degli insediamenti che erano stati mandati via, ed una volta ancora è stato mostrato che l’esercito israeliano è il migliore al mondo.

Con il laboratorio pulito, la fase seguente è potuta iniziare: tutte le entrate e le uscite sono state ermeticamente sigillate, in maniera tale da eliminare eventuali problemi da parte del mondo al di fuori di Israele. Tutto è avvenuto senza problemi. Successivamente il governo israeliano ha impedito la costruzione di un porto a Gaza, e alla marina israeliana è stato affidato il compito di controllare che nessuna nave attracchi sulla costa. Lo splendido aeroporto internazionale, costruito durante i giorni di Oslo, è stato bombardato e messo fuori uso. Tutta la Striscia è stata chiusa da una recinzione altamente efficace, e ci sono solo pochi passaggi, tutti controllati dall’esercito israeliano.

In quella zona rimane un unico punto di passaggio con il mondo esterno: il confine di Rafah che porta in Egitto. Questo confine non può essere chiuso perché potrebbe far apparire il regime egiziano come un collaboratore di quello israeliano. È stata comunque trovata una soluzione sofisticata: il governo israeliano, con tutte le apparenze del caso, ha liberato il passaggio ed ha lasciato la supervisione ad un team composto da forze internazionali. Questo gruppo è composto da bravi ragazzi, pieni di buone intenzioni, ma in pratica esso è totalmente sotto il controllo dell’esercito israeliano, che supervisiona il passaggio da una vicina stanza di controllo. I supervisori internazionali vivono nel kibbutz e possono raggiungere il passaggio solo con il consenso israeliano.

Grazie a tutto ciò, ogni cosa fu pronta per iniziare l’esperimento.

Il segnale per iniziare l’esperimento fu dato dopo che i palestinesi avevano raggiunto la possibilità di avere elezioni democratiche, sotto la supervisione di un presidente del passato, Jimmy Carter. Gorge Bush ne fu entusiasta: il suo desiderio di portare la democrazia in Medio Oriente stava divenendo realtà.

Ma i palestinesi furono bocciati. Al posto di votare “buoni arabi”, devoti agli Stati Uniti, votarono per “arabi cattivi”, devoti ad Allah. Bush si sentì insultato. Mentre il governo israeliano fu estasiato: dopo la vittoria di Hamas, gli americani e gli europei furono pronti a prendere parte all’esperimento. Quest’ultimo poté avere inizio:

Gli USA e l’Unione Europea annunciarono la fine di ogni donazione all’Autorità palestinese, finché essa fosse stata sotto il controllo dei “terroristi”. Nello stesso momento il governo israeliano tagliò il flusso di soldi.

Per capire il significato di questo taglio: in accordo con il “Protocollo di Parigi” (che è l’annesso economico al trattato di Oslo), l’economia palestinese fa parte del sistema doganale israeliano. Questo significa che Israele incassa le tasse per tutti i beni che passano attraverso lo stato ebraico diretti nei territori palestinesi – attualmente, non esiste un alto iter. Dopo aver detratto una grossa commissione, Israele è obbligata a rigirare quei soldi all’Autorità palestinese.

Quando Israele rifiuta di passare quei soldi, che appartengono ai palestinesi, è, in maniera semplice, una grande rapina alla luce del sole. Ma quando uno ruba a dei “terroristi”, chi è che si lamenta?

L’Autorità palestinese – sia nella “West Bank” che nella Striscia di Gaza – ha bisogno di questi soldi come dell’aria per respirare. Questa circostanza richiede un’ulteriore spiegazione: nei 19 anni di dominazione giordana della “West Bank” e dell’Egitto della Striscia di Gaza, dal 1948 al 1967, neanche un’importante industria è stata costruita nella zona. I giordani volevano che ogni attività economica avesse luogo solo in Giordania, ad est del fiume, mentre gli egiziani trascurarono completamente la Striscia.

Dopo ci fu l’occupazione israeliana e la situazione divenne anche peggiore. I Territori Occupati divennero un mercato importante per gli israeliani, ed il governo militare prevenne lo stabilirsi di qualsiasi industria che potesse plausibilmente competere con una dello stato ebraico.

I lavoratori palestinesi furono costretti a lavorare in Israele per stipendi da fame (per gli standard israeliani). Da questi stipendi poi, il governo israeliano sottraeva tutte le spese sociali che erano tassate ai lavoratori israeliani, senza che i palestinesi potessero usufruire di qualsiasi benefit sociale. In questo modo il governo israeliano ha sottratto a questi lavoratori sfruttati dieci milioni di dollari, che sono in qualche maniera scomparsi nelle botti senza fine del governo.

Quando scoppiò l’Intifada, i capitani delle industrie e dell’agricoltura dello stato israeliano scoprirono che era possibile fare a meno dei lavoratori palestinesi. Addirittura, ciò portò più guadagni. Lavoratori introdotti dalla Tailandia, dalla Romania e da altre nazioni povere erano pronti a lavorare per salari ancor più bassi ed in condizioni che sfioravano la schiavitù. I lavoratori palestinesi persero quindi il loro lavoro.

Questa era quindi la situazione all’inizio dell’esperimento: le infrastrutture palestinesi distrutte, praticamente nessuna possibilità di produzione, nessun lavoro per i lavoratori. Insomma, una situazione ideale per il grande “esperimento della fame”.

L’attuazione dell’esperimento iniziò, come detto, con il blocco dei pagamenti. Il passaggio tra Gaza e l’Egitto fu praticamente chiuso. Una volta ogni pochi giorni o settimane veniva aperto qualche ora, solo in apparenza, cosicché alcuni malati, o morti o in punto di morte potessero raggiungere le proprie case o un qualche ospedale egiziano.

I passaggi tra la Striscia di Gaza ed Israele furono chiusi “per urgenti ragioni di sicurezza”. Sempre, al momento giusto, appariva “un pericolo per un imminente attacco terroristico”. I prodotti agricoli palestinesi destinati all’esportazione marcivano alla frontiera. Medicine e cibo non potevano entrare, ad eccezione, di tanto in tanto, per brevi periodi di tempo, sempre per apparenza, ogniqualvolta qualcuno dall’estero dava vita a delle proteste. Poi c’era un nuovo “avvertimento di urgente sicurezza” e la situazione tornava allo stato iniziale.


[Sinistra: una vittima dei quotidiani bombardamenti di Israele sull'inerme popolazione di Gaza. Destra: lunghe file di palestinesi ad un checkpoint allestito dalle forze di occupazione israeliane]

Per completare il quadro, la Forza Aerea israeliana bombardò l’unica centrale energetica nella Striscia, cosicché per una larga parte del giorno non ci fosse elettricità e fosse bloccata anche la fornitura d’acqua (che dipende dalle pompe elettriche). Anche nei giorni più caldi, con temperature di oltre 30 gradi all’ombra, non c’è elettricità per i frigoriferi, per l’aria condizionata, per l’erogazione dell’acqua o altre necessità primarie.

Nella “West Bank”, un territorio di molto più grande della Striscia di Gaza (che contiene solo il 6% dei territori occupati palestinesi ma che ha il 40% degli abitanti), la situazione non è proprio così disperata. Ma nella Striscia, più della metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà palestinese, che è, senz’altro, molto più bassa della soglia di povertà israeliana. Molti residenti di Gaza possono solo sognare di essere considerati poveri nei pressi della città israeliana di Sderot.

Cosa stanno cercando di dire il governo israeliano e quello statunitense ai palestinesi? Il messaggio è chiaro: voi morirete di fame se non vi arrenderete. Voi dovete rimuovere il governo di Hamas ed eleggere candidati che hanno l’approvazione di Israele e degli USA. E, cosa più importante: voi dovete essere soddisfatti di uno stato palestinese che consiste di molte enclavi, ognuna delle quali sarà interamente sottostante al potere di Israele.

Attualmente, i direttori di questo esperimento scientifico stanno riflettendo su una domanda dalla difficile risposta: come è possibile che i palestinesi ancora tengono duro, malgrado tutto ciò che sta accadendo loro? In accordo con tutte le regole, dovrebbero aver ceduto molto tempo fa!

Però, ci sono molto segnali incoraggianti. L’atmosfera generale di frustrazione e disperazione sta creando tensioni tra Hamas e Fatah. Sia da una parte che dall’altra sono scoppiate delle tensioni, gente è stata uccisa e ferita, ma ogni volta il deterioramento dei rapporti si è fermato prima che scoppiasse una guerra civile. Le migliaia di collaboratori segreti di Israele stanno cercando di agitare le acque. Ma contrariamente a tutte le aspettative, la resistenza non è evaporata. Anche il soldato israeliano che è stato catturato, ancora non è stato rilasciato.

Una delle spiegazioni ha a che fare con la struttura della società palestinese. L’Hamulah (la famiglia estesa) gioca un ruolo di spicco nella società. Finché una sola persona lavora in famiglia, i parenti non muoiono di fame, anche se c’è una diffusa malnutrizione. Ognuno che ha uno stipendio, lo divide con i suoi fratelli, le sue sorelle, i suoi genitori, i nonni e con i bambini. Questo è un sistema primitivo, ma molto efficace in queste situazioni. Sembra che i pianificatori dell’esperimento non abbiano considerato ciò.

Per accelerare il processo, da questa settimana, tutta la forza dell’esercito israeliano è stata messa in campo. Per tre mesi l’esercito è rimasto impegnato nella Seconda Guerra del Libano. È sembrato che l’esercito, che negli ultimi 39 anni è stato impiegato per la maggior parte del tempo come forza di polizia coloniale, non funzioni troppo bene quando combatte improvvisamente contro forze nemiche che sono addestrate ed armate per poter rispondere al fuoco. Gli “Hezbollah” hanno usato armi anti-carro molto letali contro le forze armate israeliane, e razzi sono piovuti nel nord di Israele. L’esercito ha dimenticato tempo fa come contrastare nemici di questo genere. E la campagna non è finita bene.

Ora l’esercito è tornato ad una guerra che conosce. I palestinesi nella Striscia non hanno (ancora) efficaci armi anti-carro, ed i missili Qassam causano solo danni limitati. L’esercito può tornare ancora ad usare carri armati contro la popolazione senza problemi. L’aviazione, che in Libano ha avuto paura di mandare degli elicotteri per rimuovere i feriti, può tornare ora, con comodo, a lanciare missili contro le case delle “persone ricercate”, dei loro familiari o dei loro vicini. Se negli ultimi tre mesi “solo” 100 palestinesi al mese sono stati uccisi, siamo ora testimoni di un drammatico incremento del numero di palestinesi morti e feriti.

Come può una popolazione colpita dalla fame, con scarsi medicinali e scarsi strumenti per i suoi primitivi ospedali, esposta ad attacchi via terra, via mare e via cielo, tenere così duro? Cederà? Cadrà sulle sue ginocchia e chiederà pietà? O troverà una forza sovrumana e resisterà all’esperimento?

In breve: a cosa ed a quanto è necessario arrivare per far arrendere una popolazione?

Tutti gli scienziati che prendono parte all’esperimento – Ehud Olmert, Condoleezza Rice, Amir Peretz e Angela Merkel, Dan Halutz e Gorge Bush, non senza menzionare il premio Nobel per la Pace Simon Peres – sono piegati sui microscopi ed aspettano una risposta, che, senza dubbio, darà un importante contributo alla scienza politica.

Io spero che il Comitato che presiede l’assegnazione del Premio Nobel stia osservando.

Uri Avnery è uno scrittore israeliano ed attivista per la pace con Gush Shalom. È uno degli scrittori presenti in "The Other Israeli: Voice of Dissent and Refusal". Ha anche contribuito al nuovo scottante libro di Counterpunch, "The politic of Anti-Semitism"

Uri Avnery
Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article15306.htm
14.10.2006

Traduzione per www.comeonchisciotte.org a cura di EHMILIANO

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