Gli americani non credono più all’11 settembre

George W. Bush e Donald Rumsfeld

STATI UNITI - Ormai 84 americani su cento sono scettici sulla versione ufficiale dell'11 settembre. Per 53 su cento, l'amministrazione «ha nascosto qualcosa». Per il 28 %, ha mentito da cima a fondo. Lo ha appurato un serio sondaggio congiunto di New York Times e CBS News. Sicchè i «grandi» media italiani restano praticamente i soli a credere alle favole. O con la malinconica minoranza di americani (il 16 %, non propriamente i meglio informati) ancora convinta che abbia fatto tutto Bin Laden. Una minoranza che sta calando: un sondaggio della CNN ha posto la percentuale degli scettici attorno all'89%. Il crescente scetticismo è certo collegato alla crisi economica che investe l'americano medio, e si domanda se la guerra in Iraq, che dura da quasi quattro anni e gli costa almeno 120 miliardi di dollari l'anno, vale la spesa. Ma devono entrarci qualcosa, nel nuovo atteggiamento, anche le troppo variate «motivazioni» che Bush da per la guerra. Nei giorni dell'invasione, disse che bisognava togliere a Saddam le celebri armi di distruzioni di massa, la cui inesistenza era già stata accertata dagli ispettori ONU. (1) Catturato Saddam, Bush proclamò che la guerra aveva appunto lo scopo di liberare l'Iraq da un brutale dittatore. Poco dopo, spiegò che il motivo della lunga guerra era di portare la democrazia nel Medio Oriente: era solo l'inizio, poi la democrazia si sarebbe sparsa come una pioggia benefica su tutti gli Stati musulmani. Col passar dei mesi, la motivazione è cambiata: «Combattiamo i terroristi là perché non vengano qua», per «rendere l'America più sicura». In seguito, si è trattato di combattere «l'islamofascismo»: ma questo termine ideologico, inventato dai neocon ebrei dell'American Enterprise, non ha «bucato» nella guerra di percezione in corso, non ha convinto ed è stato abbandonato. E adesso, in un discorso tenuto in California, è arrivata l'ultima motivazione: «Siamo impegnati nella battaglia ideologica del ventunesimo secolo», ha proclamato Bush: «E' la lotta tra il bene e il male». «Vaste programme», come diceva De Gaulle. Probabilmente anche i più apocalittici fra i cristiani rinati, che vedono diminuire il valore della loro casa (su cui hanno generalmente acceso un'ipoteca, per avere soldi in tasca da spendere) si stanno chiedendo se possono permettersi la grande guerra metafisica della Luce contro le Tenebre, e quanto influirà sui loro consumi. E' questo scetticismo, più che l'esame delle prove scientifiche che smentiscono la versione ufficiale sull'11 settembre, a indurre 84 americani su cento al sospetto che il governo non gliel'abbia contata giusta. Forse qualcuno dovrebbe informarne anche Massimo Teodori: il soi-disant «americanista» continua ad esaltare gli USA (sul Il Giornale di Berlusconi) come «il Paese sempre più ricco, prospero e potente». Apparentemente, l'americanista non legge i quotidiani americani che ormai deridono il presidente e gridano dell'incombente recessione. E' possibile che, come facevano i comunisti anni '50 (anche per loro l'URSS era «ogni giorno più prospero e felice») si attenga alle istruzioni del Partito. Dick Cheney ha recentemente dichiarato: «Le speranze del mondo civilizzato cavalcano con noi». Probabilmente gli iracheni - con 650 mila concittadini morti a causa della liberazione americana - hanno qualche ragione di dissentire. Qualche dubbio sulla civiltà l'avrà anche Ali Partovi. Si tratta dell'ultimo detenuto fra i 1.200 arabi e musulmani-americani che l'FBI arrestò, in una serie di retate a casaccio, subito dopo l'11 settembre 2001. Catturati nei loro ristoranti arabi o nel letto di casa loro, questi poveracci sono stati sottratti alle famiglie, trasferiti in luoghi di detenzione sconosciuti in tutti gli States, interrogati e detenuti senza precise accuse. A poco a poco, alla chetichella, sono stati tutti rilasciati, e spesso espulsi per infrazioni minori che nulla avevano a che fare con il terrorismo, come l'immigrazione clandestina o la falsificazione di documenti. Tutti tranne uno: Ali Partovi. Non si sa bene chi sia, solo che è di origine iraniana. L'Associated Press ne ha ottenuto in qualche modo il nome e il luogo di detenzione: il Florence Correctional Centre in Arizona. Da cinque anni, questo musulmano è in galera senza aver visto né un avvocato né un giudice, e non accusato di nulla. Cinque anni. A quanto pare, Partovi è stato arrestato nel settembre 2001 appena atterrato all'isola di Guam; aveva un passaporto falso. Si dichiarò colpevole, e fu condannato a 179 giorni di prigione. Poi, però, fu trattato da terrorista: ora dice che quelli che lo hanno interrogato gli hanno gettato in faccia caffè bollente e in seguito acqua gelata; ha ricevuto calci e pugni nello stomaco mentre era ammanettato mani e piedi. Poi, in galera per cinque anni. A questo punto, ha appreso la AP, Partovi non ha più nemmeno fretta di uscire: è occupatissimo a preparare da sé una causa per danni; chiede da 5 a dieci milioni di dollari. (2) Sì, qualcuno dovrebbe avvertire Teodori. Perchè è vero che un docente universitario italiano, una volta arraffata la cattedra, non ha più bisogno di aggiornarsi, e dunque non è a rischio il posto di lavoro (se così vogliamo chiamarlo). Ma il ridicolo sì.

Maurizio Blondet

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