Due mondi a parte

Fonte: http://www.peacereporter.net/

Da trenta anni, chiunque in Australia voglia entrare in territorio aborigeno deve chiedere il permesso. Una richiesta formale che va oltre i diritti di proprietà terriera, e che era stata resa obbligatoria dal Land Rights Act del 1976, con il quale il governo di Canberra riconosceva i diritti della popolazione aborigena su parte dello sconfinato outback australiano, in un’area grande cinque volte l’Italia. Chi entra senza permesso – dai turisti ai giornalisti – e viene beccato, può essere portato in tribunale. Ma ora questa situazione potrebbe cambiare. O almeno, così vorrebbe il governo di John Howard, che ha proposto di abolire l’obbligo del permesso per entrare in zona aborigena.

La proposta. L’idea è stata lanciata ieri dal ministro per gli affari indigeni, Mal Brough. Non è dato sapere se la proposta sia stata influenzata dal fatto che, qualche settimana fa, un giudice ha assegnato agli aborigeni la “proprietà originaria” di Perth, una città di 1,5 milioni di abitanti. Comunque sia, secondo il ministro, il sistema attuale è anacronistico e inefficace. Era stato concepito per proteggere gli aborigeni dai “pericoli” della società moderna: crimine, droga, sfruttamento economico. Ma l’effetto sembra essere stato l’opposto: nella comunità aborigena alcolismo, violenze familiari e disoccupazione costituiscono problemi diffusi e irrisolti. “La mia preoccupazione è che il sistema dei permessi abbia creato delle comunità chiuse, che minano la capacità dei singoli individui di interagire con le altre persone, nonché di partecipare all’economia”, ha detto Brough. Il ministro ha proposto cinque vie alternative, che vanno dall’abolizione completa del sistema al suo ammorbidimento. Così facendo, sostiene, queste comunità chiuse sarebbero sotto un controllo esterno, con benefici effetti sulla condizione sociale degli abitanti originari dell’Australia.


L'Ayers Rock, un sito sacro per gli aborigeniLe reazioni aborigene. I rappresentanti dei circa 460.000 aborigeni australiani (il 5 percento della popolazione) non si sono fatti attendere per bocciare la proposta Brough. Secondo George Newhouse, un avvocato che rappresenta la comunità Mutitjulu, senza il sistema dei permessi gli aborigeni sarebbero esposti massicciamente agli sguardi indiscreti dei turisti, che trasformerebbero le loro aree in “Disneyland aborigene”. “Se un allevatore bianco ha un paio di case sulla sua proprietà, dove fa dormire i suoi stallieri, potrebbe impedire a chiunque di mettere piede sui suoi terreni. Allora, perché il ministro vuole privare gli aborigeni del loro diritto a un po’ di privacy?”, ha chiesto l’avvocato Newhouse. Il direttore del Central Land Council (Clc) – il territorio aborigeno nello stato Northern Territory – ha osservato che, senza sistema dei permessi, “commercianti d’arte senza scrupoli” potrebbero sfruttare gli aborigeni, che vedrebbero anche violati i loro luoghi sacri”.
La posizione di Howard. Nella disputa è intervenuto anche il primo ministro Howard: “La maggior parte degli australiani crede che dovrebbe essere riconosciuto il diritto di muoversi liberamente nel Paese, ovviamente in modo legale e rispettando la proprietà privata. Nessuno vuole buttar via la ‘aboriginalità’ di queste persone. Ma se vogliono godere della sanità, delle opportunità scolastiche e professionali che hanno gli altri australiani, devono partecipare alla comunità australiana”, ha detto il premier. Che ha già avuto altri dissapori con gli aborigeni, rifiutandosi di scusarsi simbolicamente per le ingiustizie del passato.

Alessandro Ursic

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