Con lacrime e sangue finanziamo Pannella

Stangate, stangate: ma non per tutti. Nella finanziaria di Prodi ci sono anche dei regali per minoranze piccole ma influenti. Il Partito Radicale riceve 30 milioni di euro, 60 miliardi di vecchie lire. Sarebbe il pagamento per il «servizio pubblico» che svolge radio Radicale, per le sue dirette dal Parlamento. Strano «servizio pubblico»: la radio di Pannella se l’è preso, non gli è stato affidato, e gli viene pagato. Un servizio pubblico dovrebbe essere aggiudicato per concorso, in gara competitiva. Magari, ci sarebbe qualche radio disposta a farlo per meno di quei 60 miliardi. Ma non è stato possibile concorrere. Un servizio pubblico, poi, ad una radio di partito. Chiunque abbia ascoltato Radio Radicale sa che è settariamente, insopportabilmente, sfacciatamente a favore del partitino-setta. Non si sentono altro che i rantoli demenziali del guru Pannella, ormai bisognoso di cure psichiatriche; le altezzose ampollosità del suo vice-guru Capezzone, le uscite della Bonino. Libero aborto, libera droga, nozze omosessuali, omicidio pilotato, eutanasia, amnistia per gli ergastolani e gli assassini… Sarebbe questo il servizio pubblico che noi paghiamo.
Che ci sia un patente conflitto d’interessi è i ndiscutibile. Ma qui c’è qualcosa di peggio della violazione di ogni principio di diritto e di lealtà tra governanti e governati. Quei 60 miliardi - soldi nostri - servono a far sopravvivere un partito microscopico, che gli italiani non votano che in misura sub-atomica. Servono a mantenere uno strumento essenziale dei poteri forti, contro la volontà popolare. In questo senso, la «funzione» del partito-setta di Pannella è storicamente accertata.

Pannella chiede, esige, strepita e fa scioperi della fame, poniamo, perché vuole l’aborto fino al terzo anno del nascituro. No no, è esagerato, dicono subito i mascalzoni e le Massonerie che hanno creato il partito radicale: ma siccome la questione «è stata posta» e «la società lo chiede», si concede l’aborto legale fino al sesto mese. Che è quello che volevano fin dal principio le Massonerie internazionali che ci dominano occultamente. Lo stesso trucco si ripete regolarmente da decenni per la droga, l’eutanasia, gli omosessuali: i radicali chiedono «tutto», e viene concesso il cinquanta per cento. Invece dell’amnistia, l’indulto o l’indultino. A questo servono i radicali nel Novus Ordo Saeclorum: a promuovere il «diritto evolutivo», gradualmente, a spallate, verso i suoi esiti programmati: edonismo-consumismo, laicismo zoologico, nichilismo omicida. E naturalmente, le Massonerie non pagano questi loro utili servitori: hanno trovato il modo di farli pagare a noi, che non li vogliamo e non li votiamo. E naturalmente è Prodi a farlo. La vera qualità di Prodi è, ed è sempre stata, quella di fare (coi soldi nostri) regali ai poteri forti che davvero possono nuocergli. La sua sensibilità a chi davvero comanda è raffinatissima, un autentico fiuto. E la sua finanziaria è, in questo senso, un’opera d’arte. Stangate per i «ricchi» da 70 mila euro lordi l’anno, ossia i dipendenti relativamente benestanti, per esempio i medici ospedalieri e i piccoli dirigenti d’azienda, già contribuenti con prelievo alla fonte, facili da tosare e tartassare. Ma per la Fiat, regali. La detassazione del bollo per cinque anni per le auto euro-4 è solo un esempio.

C’è anche il fatto che mentre gli altri italiani potranno andare in pensione solo a 65 anni, i dipendenti della Fiat potranno andarci a 57: la Fiat ha bisogno di espellere i suoi «esuberi», e gli paghiamo noi - noi contribuenti - questa manovra che, altrimenti, susciterebbe proteste sociali. Ma i sindacati vegliano a che ciò non avvenga. Per i ricchi veri, nulla. I cosiddetti «privati» sono già al sicuro in società lussemburghesi, i loro emolumenti sono tassati là con prelievi mitissimi. I loro yacht battono bandiere-ombra esentasse, i loro aerei, elicotteri e Mercedes 4000 sono intestati a società di comodo. Irraggiungibili dal fisco. Ancor meno lacrime per i miliardari di Stato. I cittadini normali non possono cumulare redditi da pensione e da salario. Ciampi, il padre della patria, riceve l’emolumento di senatore a vita (che non abbiamo votato, ma che paghiamo) più la pensione di governatore della Banca Centrale, più la pensione da ex-capo di Stato. Ad occhio e croce, sono almeno 1,5 milioni di euro l’anno, forse due: tutti fino all’ultimo pagati da noi, noi dei 40 o 70 mila euro annui. Noi che non vediamo il reddito annuo di Ciampi nemmeno in venti e trent’anni di lavoro, paghiamo i lussi di questo orrendo vecchio devastatore dell’economia italiana. Un anno di stipendio di Ciampi costa il reddito annuo di almeno 300 pensionati minimi dell’INPS. Se gli dimezzassimo gli emolumenti, potremmo mantenere 150 pensionati in più; e Ciampi, con 700 mila euro l’anno, dovrebbe riuscire a sbarcare il lunario e a pagarsi i pannoloni; dopotutto deve aver messo qualcosa da parte, sono quarant’anni che guadagna così.

Invece no, Prodi ha fatto il contrario.
Mantiene i miliardari di Stato - che non possono fare il minimo sacrificio - facendoli pagare a noi, esigendo da noi nuovi sacrifici. Negli stessi giorni in cui ci regalava lacrime e sangue, i deputati e senatori si sono dati da sé (è il loro potere) l’estensione dell’assistenza sanitaria di cui godono - un’assistenza ricchissima, privilegiata, che noi utenti di USL o ASL nemmeno ci sogniamo - ai parenti lontani e acquisiti persino alla suocere. A noi il ticket da 23 euro, alle suocere di lorsignori, tutto gratis. E fanno bene, lorsignori, visto che noi non protestiamo. Prodi lo sa: e contenta quelli che possono nuocergli, mica noi. E’ questo il suo genio. Quei 3,5 miliardi in più aggiunti alla finanziaria da 30 mila miliardi servono a pagare aumenti agli statali, essenzialmente ai dirigenti statali e ai miliardari di Stato tipo Ciampi e Napolitano. Noialtri impoveriamo, i nostri figli non trovano lavoro, ma i ricchi di Stato con posto sicuro ed eterno non devono fare sacrifici. E’ logico, sono loro che tengono in piedi il governo Prodi. La «sinistre» sono in realtà nient’altro che il blocco dei miliardari di Stato, degli occupanti della cosa pubblica. Gli statali sono l’elettorato di questa sinistra. Insomma Prodi stanga tutte le categorie che non lo votano, e fa regali ai ceti che lo votano, lo sostengono dietro e davanti alle quinte, e che perpetuano il suo potere - o possono davvero farlo cadere.

A giustificare questo saccheggio dei poveri, dei precari (lo siamo tutti noi privati dipendenti: è la competizione globale, ragazzi) e degli esposti al fisco a vantaggio dei ricchi con emolumenti eternamente sicuri, esentati da ogni concorrenza e dimostrazione di produttività, viene ovviamente avanzata la solita, demagogica, facile scusa: l’enorme «evasione fiscale» da stangare e far emergere. L’evasione fiscale è il comodo mito delle sinistre - ossia dei ceti che i soldi dei contribuenti li prendono. E’ ovvio che secondo questi parassiti, i ceti contribuenti non pagano mai abbastanza: «sono evasori» per principio. Come costringerli a pagare? Come far emergere l’evasione? Tutti i Paesi tecnicamente civili lo sanno, come si fa. Basta ammettere la detrazione delle parcelle di medici e avvocati, delle ricevute di idraulici e tappezzieri e vari artigiani. In tal modo, chi si serve di artigiani e professionisti ha l’evidente convenienza a dichiarare quanto ha davvero pagato loro. Tutti i Paesi lo fanno, tranne il nostro, perché il nostro fisco - gli statali fancazzisti da noi stipendiati del nostro fisco - non è capace, semplicemente, di eseguire un tale lavoro, di incrociare i dati. Troppa fatica. Troppa tecnica. Inoltre, Visco sa bene che - se ammettesse le detrazioni dei servizi - il maggior gettito strappato dalle categorie artigianali e professionali (gli storici «evasori») sarebbe mangiato in gran parte dal minor gettito succhiabile ai contribuenti-utenti delle categorie «dedite all’evasione», che esporrebbero in detrazione le spese. Sarebbe una partita di giro, in fondo.

E il mito della «immensa, occulta evasione», dei 200 mila miliardi sognati e immaginati svanirebbe, nella cruda luce della realtà. La mitica «lotta all’evasione» - proclamata da mezzo secolo e mai realizzata - non sarebbe più la scusa da agitare, non servirebbe più ad aizzare l’invidia sociale. Quindi, meglio lasciar evadere gli evasori, e mantenere lo strumento ideologico che li mette sotto accusa permanente. Falsità e menzogna sono il corredo necessario delle lacrime e sangue tributari, il segno distintivo del regime dei miliardari di Stato che si sono auto-definiti «la sinistra». I privilegiati e i parassiti sono tutti coalizzati contro gli lavora e produce, per impoverirlo e tartassarlo: al punto da non lasciarci nemmeno più lavorare e produrre. Già molte piccole imprese e molte aziende artigianali, che campavano parzialmente grazie al «nero», cominciano a chiudere. I privati che le avevano aperte possono campare: già, si dice, 30 mila miliardi sono fuggiti all’estero prima che le sinistre procedessero alle stangate, sottratti al fisco, come garanzia di sopravvivenza per i fortunati che possono farlo. Produttori di beni e servizi che non produrranno più, e che vivranno di rendita. Restiamo noi. Sempre più precari, sempre meno competitivi, sempre più esposti, indifesi, alle fameliche brame dei ricchi di Stato. Noi con l’auto di seconda mano, che non avrà l’esenzione dal bollo. Noi con il bilocale in periferia, sovraccaricato del 4% di prelievo quando lo riceveranno in eredità i figli. Ci prendono dai BOT e dalla casa d’abitazione ancora più di prima; ci depredano dei risparmi e dei beni che volevamo lasciare ai figli.

E tutto perché Prodi deve fare regali ai radicali e ai poteri forti che li hanno creati, a Montezemolo, a senatori a vita da 3 miliardi l’anno, a statali parassitari che non hanno da temere la competizione cinese. Noi sempre più poveri. Loro sempre più ricchi, scandalosamente, sfacciatamente ricchi. E’ colpa nostra, dopotutto. Questa gente dovremo prenderla e ammazzarla nelle piazze, come faceva una volta il popolo coi suoi oppressori. Invece pieghiamo il capo, ci lasciamo tosare e non fiatiamo. Dopotutto, che cosa sono 33,5 miliardi di euro risucchiati dalle nostre tasche? Nulla, in confronto a 42 miliardi di euro, 85 mila miliardi di lire, dei debiti di Telecom: e pagherete anche quelli non dubitate. Prodi ha già tentato di farlo, mettendo parte di Telecom e del suo debito a carico della Cassa Depositi e Prestiti, ossia ancora una volta a carico di noi contribuenti. Per ora gli è andata male, ma lo rifarà, escogiterà qualcosa. E’ un genio in queste cose. Naturalmente, ci è vietato chiedere come mai ad una impresa privata, privatizzata, è stato consentito di esistere accumulando un debito così titanico, 85 mila miliardi di lire, pari a un paio di stangate fiscali di Visco e Padoa Schioppa. Come ha potuto esistere Telecom, che per servire quel debito deve pagare 8 mila miliardi l’anno di interessi e ratei di capitale?Come mai i suoi creditori - le banche - non l’hanno trascinato al fallimento?

Come mai Tronchetti esiste ancora ricco e a piede libero?
Come gli è consentito di gestire Telecom accollandosi meno dell’1 % di quel debito? Com’è che aveva fondi neri per 14 miliardi almeno, sottratti evidentemente ai creditori? Non chiedete, non fate domande. Questo non è permesso, fatevi invece le domande giuste e prescritte: eutanasia sì o no? Le nozze gay, cosa ne pensate? Dite la vostra. E la bambina bielorussa? Esprimetevi, parlate, lasciatevi interrogare dai sondaggi. Sono queste le «questioni politiche» all'ordine del giorno, non le tasse devastanti e omicide e il dominio dei parassiti con yacht. Ve lo dice Radio Radicale, a spese vostre.

Maurizio Blondet